‘U qualeddu. Erba spontanea siciliana
- Antonella Poma
- 24 settembre 2024
Cavuliceddu, caluceddu, caliceddi, cauricellu, quaricellu, cauliceddu, qualeddu, qualazzu, rapudda, rapuzza, caluzzi, tanti nomi per un’unica specie. Si tratta di un’erba spontanea commestibile, un cavolo selvatico, il cui nome scientifico è Brassica fruticulosa.
È diffusa nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. In Italia cresce in alcune aree dell’Italia centro-meridionale e particolarmente in Sicilia, specialmente nella zona dell’Etna e in Sicilia occidentale, come pure nelle isole Eolie.
A Palermo si chiama cavuliceddu; qui si usa una celebre espressione, “Irisinni a cavuliceddi”. Letteralmente significa andare a spasso per la campagna, ma esistono molteplici significati per l’espressione. Riferita a una persona povera significa “non gli resta che andare a raccogliere erbe per mangiare”.
Cresce con più vigore nei terreni esposti al sole, viene raccolto in autunno/inverno, periodo in cui non è raro trovare lungo le strade di campagna persone chine a raccogliere il qualeddu, nome dialettale usato nel trapanese.
Si mangiano le foglie e le parti più tenere del fusto. Non bisogna strappare la radice altrimenti non ricrescerebbe. Tra le foglie, nel periodo primaverile, si notano i piccoli fiori gialli a grappolo. Quando spuntano i fiori, il qualeddu non è da raccogliere, perché più coriaceo e fibroso.
Dal sapore leggermente amaro, simile a quello della cima di rapa e dei friarelli, questo cavolo si consuma cotto: si può semplicemente lessare e condire con olio e limone; ripassare in padella con aglio e peperoncino aggiungendo anche la muddica atturrata; strizzato e amalgamato alle uova diventa una golosissima frittata. Ultimante va di moda anche metterlo nel ripieno di ravioli e cassatelle di ricotta al posto degli spinaci, o addirittura sulla pizza.
A Marsala alcuni panifici lo inseriscono perfino nell’impasto del pane. Ha un sapore deciso, gradevolmente amaro, perfetto per smorzare la “grassezza” delle salsicce di maiale con cui forma un’accoppiata vincente.
La saggezza popolare definisce ‘u qualeddu una verdura “caura”, cioè calda, perché può avere un effetto irritante sull’apparato gastrointestinale. Effettivamente il qualeddu contiene molte fibre e va masticato a lungo perché non è molto facile da digerire ma fa benissimo alla salute! Il qualeddu contiene infatti glucosinolati, che gli conferiscono il tipico sapore amaro e hanno spiccate proprietà antitumorali.
A Trapani non è difficile trovarlo, nel periodo invernale numerosi ambulanti lo raccolgono per venderlo agli angoli delle strade. Purtroppo il qualeddu è una pietanza che sta cadendo nel dimenticatoio.
Occorre tempo per raccoglierlo, mondarlo, lavarlo e bollirlo, per ripassarlo in padella, e poi, come tutti i cavoli, puzza durante la cottura. Fortunatamente molti chef si stanno dirigendo verso una cucina improntata al gusto autentico e ai cibi grezzi o poco lavorati, come testimonia l’affermazione dei grani antichi, per esempio. Questo ritorno verso la tradizione potrebbe influenzare positivamente anche le famiglie che tornerebbero a preparare le ricette di un tempo.
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